Giù il cappello, signori: ecco un genio!

Dal «Times» e dal «Guardian», edizioni online

di Quentin Verrico-Smith

Il sito internet di Babel ci dice che il nostro è uno studioso del sanscrito, che ha studiato meditazione in India e nel Tibet, che è la personificazione della brillantezza. Su queste basi, il sito promette addirittura l’avvento di un nuovo messia capace di liberare le persone, di risvegliarle, ecc. Tutte cose già sentite, ovviamente – Gurdjieff, Khrisnamurti, Rajneesh: ci hanno provato tutti a risvegliare le persone, a dare una visione chiara della realtà, ad abbracciare filosofie in grado di allargare la mente. Alcuni hanno abbracciato anche delle droghe in grado di allargare la mente. È troppo presto per dire se Babel avrà sulla vita sociale di Londra un impatto che vada al di là di polemiche piuttosto stantie. Quello che posso dire, essendo stato uno dei pochi privilegiati ammessi alla visione delle “conferegini”, è che il signor Babel è, secondo me, quasi certamente un genio. Durante la proiezione della prima conferegine ho avuto una sensazione che nella vita raramente mi è capitato di sperimentare. La sensazione di essere testimone di un avvenimento storico. Ciò che queste conferegini hanno di notevole è l’utilizzo, da parte di Babel, di una forma in evoluzione – un filmato breve e privo di trama – per l’elaborazione di idee filosofiche. Chiaramente, si tratta di una filosofia aliena dallo spirito polemico, il che non sorprende, in una persona che si è formata in Oriente, dove, molto più che nella nostra belligerante e competitiva società, in cui vincere è tutto e la verità si può mettere in secondo piano, la mitezza e la passività godono di grande considerazione. E l’aspetto visivo delle conferegini offre uno spettacolo a tratti incantevole: un Oscar sfocato e sovraesposto, le labbra in primissimo piano, un paio d’occhi rapsodici, la sagoma del viso che fluttua mentre una voce melliflua sembra cantare nella colonna sonora. Tutto molto efficace e ben confezionato. Come aperitivo, ecco a voi qualche brano del pensiero di Oscar: 

«La società pretende che gli individui rinuncino alla loro ricchezza, al loro colore, appena si devono guadagnare da vivere. Ciò che è cominciato come una serie infinita di possibilità viene ridotto alla prevedibilità. Da ragazzi, siamo liberi di esprimere le nostre eccentricità e i nostri sogni. Crescendo, siamo invece costretti in sentieri e percorsi più angusti. Il nostro comportamento viene giudicato in termini di coerenza, di conformismo, di successo materiale. Questi sono certamente criteri validi, ma rappresentano soltanto una certa categoria di criteri. I più fortunati trovano uno spazio che garantisce loro la libertà di cui gli altri godono soltanto nei momenti privati – lontano dalla noia della fabbrica, dalla sterilità dell’ufficio. Gli altri entrano in una doppia vita, si mettono maschere davanti ai datori di lavoro e se le tolgono di notte. A volte la recita della commedia si svolge in armonia, ma spesso lo sforzo è troppo grande». 

Ammetto che queste osservazioni non sono poi così originali, ma non è questo il punto. Il punto è che si impongono all’ascolto, espresse come sono in un contesto originale. Sono un cinico, ma mi spingo ad affermare che quando il signor Babel farà la sua prima apparizione pubblica ci sarà grande richiesta di posti. 

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